Nomina vertice DAP, lo scontro in diretta tra il magistrato Di Matteo e il ministro Bonafede

Scoppia in diretta televisiva un vero e proprio terremoto che potrebbe portare a serie determinazioni politiche da parte del Governo.
Succede a “Non è l’Arena”, il programma condotto da Massimo Giletti e in diretta su La7.

Nella puntata in questione il magistrato Nino Di Matteo, (noto esponente dell’antimafia siciliana, oggi anche consigliere del CSM) ha rivelato che il ministro della giustizia Alfonso Bonafede gli chiese la sua disponibilità a ricoprire il ruolo di capo del dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr) ma che, dopo sole 48h (e quando lo stesso magistrato avesse deciso di dimostrare la sua accettazione a ricoprire quel ruolo), lo stesso Bonafede gli disse di averci ripensato.

Secondo quanto specificato da Di Matteo, in queste 48 ore, il Gom della polizia penitenziaria aveva informato la procura nazionale antimafia e la stessa direzione del dap della scomposta reazione da parte di noti capimafia che specificavano che “se nominano Di Matteo è la fine”.
Il procuratore Di Matteo cita dunque questa vicenda, gettando ombra sull’attuale guardasigilli, nella misura in cui lascia intuire che non volle più proporre al magistrato il prestigioso ruolo che lui stesso gli propose.

“Ieri sera, nella trasmissione televisiva “Non è l’Arena”, si è tentato di far intendere che la mancata nomina, due anni fa, del dottor Nino Di Matteo, quale Capo del Dap fosse dipesa da alcune esternazioni in carcere di mafiosi detenuti che temevano la sua nomina. L’idea trapelata nel vergognoso dibattito di oggi, secondo cui mi sarei lasciato condizionare dalle parole pronunciate in carcere da qualche boss mafioso è un’ipotesi tanto infamante quanto infondata e assurda”. E’ la replica piccata su Facebook del ministro della Giustizia Bonafede.

“Ho sempre agito a viso aperto nella lotta alle mafie che, infatti, nel mio ruolo ho portato avanti con riforme come quella che ho sostenuto in Parlamento sul voto di scambio politico-mafioso; con la Legge Spazzacorrotti; con la mia firma su circa 686 provvedimenti di cui al 41 bis e con l’ultimo dl che, dopo le scarcerazioni di alcuni boss, impone ai Tribunali di Sorveglianza di consultare la Direzione nazionale e le Direzioni distrettuali antimafia su ogni richiesta di scarcerazione per motivi di salute di esponenti della criminalità organizzata”, conclude Bonafede.

Sulla vicenda interviene anche Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia affida ad un post su facebook il suo attacco: “E dopo una giornata di imbarazzato silenzio, il capo politico dei Cinquestelle Vito Crimi si schiera senza se e senza ma con il Ministro Bonafede nella polemica con il giudice Di Matteo.
In campagna elettorale avevano detto di volere andare al Governo con gente come Di Matteo per combattere “il malaffare di Renzi e del PD”. Sono finiti al Governo -continua Meloni- con Renzi e il PD a combattere il PM Di Matteo. La triste parabola del Movimento 5 Stelle si conclude così. Sipario.”

Anche dal Partito Democratico, per bocca del responsabile giustizia Walter Verini e del capogruppo in commissione antimafia Franco Mirabelli, arriva una richiesta di chiarimento a Bonafede: “Le dichiarazioni televisive del magistrato Di Matteo su vicende e ipotesi risalenti a due anni fa hanno prodotto elementi di confusione in un campo nel quale confusione non deve essere ammessa: la lotta alle mafie. Per la stessa ragione appare irresponsabile l’atteggiamento di chi usa un tema come la lotta alle mafie per giustificare l’ennesima richiesta di dimissioni di un Ministro, approfittando di queste dichiarazioni estemporanee. Siamo certi che il Ministro al più presto verrà a riferire in commissione e in parlamento sull’impegno del governo contro le mafie”.

Certamente una vicenda che continuerà a far discutere.

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