Arcuri: “Pronti a un picco superiore, non all’apocalisse”.

Sembra calare sempre più l’emergenza dei reparti di terapia intensiva e sub-intensiva nel nostro sistema sanitario nazionale. Il numero dei guariti e dei dimessi infatti, negli ultimi giorni, ha fatto ben sperare sul fatto che – anche se solo in questa fase – il pericolo collasso dei nostri ospedali sia scampato.

A parlare di questo il commissario all’emergenza coronavirus Domenico Arcuri, che si è detto pronto anche a reggere nuovi e più importanti picchi: “siamo attrezzati a reggere picchi anche superiori a quelli della prima fase dell’emergenza – ha detto Arcuri -. L’apocalisse non la regge nessuno, ma siamo tutti convinti che non ci sarà”. 
“Abbiamo adesso circa 1.980 posti – ha continuato il commissario straordinario – occupati in terapia intensiva su una disponibilità di 9 mila, abbiamo distribuito 4.200 ventilatori e potremmo raddoppiare il numero in pochi giorni, ma non solo per ora non servono, ma non sappiamo dove saranno gli eventuali maggiori focolai” come previsto nella gestione della fase 2.

Ma è sulla questione mascherine e dispositivi di protezione individuale (dpi) che si concentra attualmente l’attenzione. Il Governo ha fissato infatti, con il nuovo dpcm, il prezzo massimo delle mascherine chirurgiche, nella cifra di 50 centesimi. Su questo punto Domenico Arcuri ha dichiarato: “Per le mascherine abbiamo fissato un prezzo massimo di vendita, non di acquisto. Rassicuro che l’obiettivo di calmierare il prezzo non è ostile all’obiettivo di attrezzare una filiera italiana e sostituire con essa prodotti che siamo costretti a importare”.

Ed è proprio nella fase di importazione che, tantissimi commercianti italiani, hanno pagato per le stesse delle cifre ben più alte da quella fissata dal Governo. Come fare dunque a vendere a 50 centesimi una mascherina che ad esempio al commerciante è costata 90 centesimi più iva?
Interrogato anche su questo, Arcuri ha dichiarato: “dinanzi al prezzo calmierato a 50 centesimi ci sono gli strepiti dei pochi danneggiati e il silenzio dei tanti cittadini avvantaggiati, ma che non hanno voce mediatica al contrario dei primi. Il costo di produzione della mascherina è di 5 centesimi secondo le nostre analisi, capite qual era lo spazio di profitto, bisognava limitarlo, tanto più che le aziende non erano tutte italiane. Le aziende ora ce le danno a 38 centesimi”.
“Stiamo ragionando che per le mascherine in magazzino le aziende non abbiano a rimetterci, pensando a forme di ristoro -ha detto- se hanno comprato a un prezzo più alto. Da domani però
– ha incalzato- non potranno comprare a un prezzo più alto, altrimenti avranno a rimetterci”.

In questa fase dunque, in tutto il Paese, ci si sta organizzando per avere delle produzioni interne, che ad oggi per tutti i dispositivi di protezione individuale non erano previste.
In ottica di una pandemia mondiale, è evidente che ogni Stato debba organizzarsi al proprio interno per avere i giusti rifornimenti. Ricordiamo infatti come, sopratutto nel primo mese di pandemia, risultavano introvabili mascherine, guanti e tute protettive. Quando le si trovavano il costo -con evidente speculazione- era maggiorato oltremisura.

Si è capito dunque che non si necessita in questi casi dei soldi per comprare i prodotti, ma si deve avere la capacità produttiva di farseli “in casa”.

Il commissario Arcuri ha sull’argomento così concluso: “Alla fine dell’estate potremo liberarci di questo fardello e dire che abbiamo il 100 per cento di dispositivi di protezione individuale prodotti direttamente in Italia, al momento è un quarto. Penso che in 40 giorni non io, ma gli italiani abbiamo fatto un buon lavoro”.